lunedì 1 agosto 2011

POMERIGGIO D'ESTATE

Il giardino della mia infanzia oggi 
Chissà perché  le estati della nostra infanzia sembrano infinite, soleggiate e bellissime. I giardini sono più grandi, il mare è più blu, il cielo più azzurro, l'acqua più salata, la pelle più abbronzata. Le mie estati lunghe e belle le ho trascorse, e le trascorro, in Liguria a casa dei miei nonni. Un paesino di pescatori assurto a notorietà internazionale tra la fine dell'800 e primi anni del '900 per la presenza di una comunità russo-inglese-ungherese. Nobili signori che venivano a scaldare le ossa al sole della Riviera e che hanno lasciato ville sontuose e alberghi di lusso, oggi condannati alla legge del condominio. Si narra di mondanità e balli, the e conversazioni sussurrate nei pomeriggi trascorsi in ozio, passi sul ghiaino dei giardini e romantiche liason con ragazze del posto. Seduta sulla sdraio in giardino, che all'epoca mi sembrava un immenso parco fatato, mia nonna mi raccontava alcune di queste storie, mi annoiavo un po', ma la ascoltavo. Poi sparivo a giocare con le mie amiche, copiando i suoi racconti, inconsapevole.

P.S. che oggi vuol dire Pre-Scriptum: La lettura di questo racconto è preclusa ai maschi di ogni età.  Perdonatemi.

Eravamo un gruppetto di bambine piuttosto pestifere, separate da poco più di due anni una dall'altra. La più piccola, vittima sacrificale del gruppo, era la sorella di una di noi e spesso veniva schiavizzata in umili faccende da Cenerentola. I maschi non erano ammessi nella cerchia, anzi venivano sbeffeggiati, incastrati in scherzi atroci o bellamente ignorati a seconda dell'occasione. Quello era il nostro sport preferito, subito dopo veniva giocare alle signore agghindate di tutto punto con gli abiti smessi da mia nonna. Eravamo uno spettacolo, indossavamo con leggiadria abitini di cotone leggero dalle fantasie estive, molto somiglianti a quelle di Emilio Pucci. Nonostante mia nonna fosse uno scricciolino di meno di un metro e cinquanta, gli abiti trascinavano a terra dandoci l'illusione di avere uno strascico da principesse. Con una mano sollevavamo l'orlo davanti, con l'altra gesticolavamo, ci pareva, eleganti. Come se non bastasse tutto questo a farci sentire divine, esageravamo issandoci su minuscole scarpe col tacco a spillo, ovviamente fornite da mia nonna, piede di fata. Ricordo un paio di sandali di camoscio viola, con listelli incrociati, poco adatti ad una signora settantenne, che infatti se ne era liberata, ma che oggi indosserei volentieri. Avevamo un arsenale di fondi di ombretti, rimasugli di cipria, mozziconi di rossetto, resti di polveri dai vari colori e dall'uso ignoto con i quali ci pitturavamo tanto da sembrare vecchie cocotte stanche. Lo smalto non l'avevamo, ma rimediavamo prendendo la colla trasparente, marca UHU, e la spalmavamo allegramente sulle unghie. Faceva le bolle, toglierla era un inferno, ma secondo noi era una delle cose più chic che indossavamo. Avevamo anche una vecchia borsa di vernice, una sola per un gruppo di quattro, che veniva messa in palio all'inizio del gioco. La paglia più corta prendeva la borsa e diventava il capo dell'operazione "giochiamo alle signore". Chi possedeva la borsa,  aveva in mano il potere. Dentro un specchietto rotto, un ferma borsa arrugginito, un pennello spelacchiato e un fazzolettino strappato. Ci seguiva un codazzo adorante di gatti che mia nonna nutriva  amorevolmente chiamandoli tutti Mignin, giusto per non confondersi. La nonna dormiva sulla sdraio nella parte alta del giardino, noi giocavamo nella parte bassa. Sulla panchina di pietra sorbivamo da tazze sbeccate e senza manici the immaginari, sgranocchiavamo finti pasticcini da piatti mezzi rotti e conversavamo di mare, bel tempo, bambole malate, pesci colorati e sogni ad occhi aperti. Dalle 14 alle 16, l'ora del pisolino per i genitori, eravamo in un regno fatato tutto nostro. La giornata si concludeva al mare, dove giocavamo a fare FA, la famosa pubblicità del sapone al Lime dei Caraibi. Correvamo sulla spiaggia, ci tuffavamo in mare e imitavamo la modella della pubblicità che era rigorosamente in bianco e nero. Poi un'estate una di noi è arrivata con il magnetofono, il registratore a cassette, dentro urlava una musica favolosa, mi pare si trattasse di "Crocodile rock" o forse "Angie" o "Light my Fire", e i nostri pomeriggi non sono stati più gli stessi.

FIOR DI FRAGOLA


Quando eravamo piccole c'era questo gelato, uno stecco rosa e bianco. Dentro morbido e cremoso fior di latte, fuori freddissimo ghiacciolo alla fragola. La mia grande passione, con il cornetto e il pinguino di una gelateria speciale, non passava giorno che non lo volessi.  Ho cercato di ricreare il sapore in coppa. 

300 g di gelato fior di latte - 250 g di fragole - 50 g di zucchero a velo - qualche goccia di succo di limone - qualche goccia di essenza di vaniglia.

Lavare e pulire le fragole, metterle nel mixer con lo zucchero, il limone e l'essenza di vaniglia. Frullare bene e setacciare per eliminare i semini. Preparare delle piccole coppette, mettere una pallina di gelato fior di latte e versare la salsa alla fragola. Servire.
per quattro piccole coppette, insomma per quattro bambini

3 commenti:

  1. bellissima, tesoro... no, non l'avevo ancora letta. Brava!

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  2. Splendidi sia il racconto sia la ricetta! Pure io adoravo il fior di fragola  baci e buona estate! L

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  3. grazie e buon fior di fragola!

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